Mi gira per la testa un tale casino di pensieri, emozioni, dire fare baciare lettera testamento che non ci capisco più niente. Mi stanno andando in corto circuito anima e cervello.
Eravamo fermi al fatto che non avevo più un lavoro. O meglio, che non avevo più il lavoro che volevo. Colloquio dal capo, lettera di licenziamento, ci spiace tanto non è che non sei brava è questa dannata riorganizzazione, ciao. E fin qui ci arrivo perché l'ho sempre saputo. Ho iniziato a lavorare con i ragazzi nel novembre del 2012 e a dicembre già mi avevano detto che non potevano tenermi. Un po' tirata dentro da colleghe che facevano finta di non aver capito bene, un po' catapultata in situazioni disastrate dove un paio di mani extra non potevano che essere utili, sono andata avanti come se nulla fosse da un mese all'altro. Poi è arrivata la possibilità di andare a scuola ('ma finito il percorso scolastico non ti possiamo assumere, che sia chiaro') e ho spiccato un salto mortale con triplo avvitamento carpiato. Per un attimo era parso che alla fine sarei riuscita ad atterrare senza frantumarmi le caviglie. A settembre, tre giorni dopo aver preso il diploma, ho fatto un colloquio per passare da 'aiutante' a 'senior' e mi hanno preso. O meglio, semi-preso. Il lavoro di senior era mio - una montagna di letame accumulatasi in anni di negligenza - ma un contratto no. Fai la senior fino alla fine dell'anno, grazie. Mentre spalavo guano e mi divertivo con le colleghe, la mia capa passava da un membro della direzione all'altra per cercare di convincerli a tenermi. Come il mio vasto pubblico ben sa, alla fine non le è riuscito il colpo e dieci giorni fa mi han tirato via il materasso da sotto i piedi un secondo prima dell'atterraggio. L'avevo giusto sfiorato col pollicione.
Bernoccolone sulla testa, stelline che girano, mannaggialamiseria e passiamo oltre. Ripulisco la casella della posta, butto via tutte le carte che non mi servono più, metto a posto i vari progetti in attesa di riuscire a delegare la mia montagnetta di casini a qualcun altro e inizio a guardarmi attorno per un altro lavoro. E poi una bella mattina mi telefona la nuova capa e mi dice che mi assumono a tempo indeterminato. Così.
Il materasso alla fine si è materializzato sotto le mie chiappe come in un fumetto. Ci son seduta sopra e mi guardo attorno senza capire bene cos'è successo.
Meno male che non avevano ancora svuotato il bidone della carta. Ora ripesco tutto e appena smette di girarmi la testa vado avanti.
sabato 20 dicembre 2014
martedì 9 dicembre 2014
Il mio piano era semplice. Dopo aver ricevuto ieri la conferma ufficiale che dal primo di gennaio non lavoro più con i miei ragazzi, avrei passato settimane filate a piangere, commiserarmi e farmi pare su un futuro da disoccupata, alla mia tenera età. Ieri in effetti il piano era riuscito benissimo. Ho pianto come una fontana e mi sono sentita tradita da un destino baro e crudele, oh me tapina. Questa notte non ho dormito, quindi per oggi avevo programmato una giornata di tv, fazzoletti stropicciati e disperazione.
Ho tenuto botta mezz'ora. Nonostante il silenziatore sentivo il cellulare al piano di sotto trillare in continuazione e richiamarmi alla vita. Dietro alle tende tirate si intravedeva il sole. L'idea di una bella passeggiata fresca al bosco con Alice si faceva sempre più insistente. Insomma, ho retto ben poco. Mi sono fatta una doccia, sono andata a zonzo col cane e sono tornata al lavoro dove, in compagnia di un'altra collega che se ne deve andare, ho riso fino alle lacrime.
Evidentemente la disperazione non fa per me.
Ho tenuto botta mezz'ora. Nonostante il silenziatore sentivo il cellulare al piano di sotto trillare in continuazione e richiamarmi alla vita. Dietro alle tende tirate si intravedeva il sole. L'idea di una bella passeggiata fresca al bosco con Alice si faceva sempre più insistente. Insomma, ho retto ben poco. Mi sono fatta una doccia, sono andata a zonzo col cane e sono tornata al lavoro dove, in compagnia di un'altra collega che se ne deve andare, ho riso fino alle lacrime.
Evidentemente la disperazione non fa per me.
sabato 6 dicembre 2014
Mi è capitato di tradurre una lettera. Niente di particolarmente difficile, una semplice lettera dall'olandese all'italiano. Sono stata catapultata in una vita che non seguo più, presa dalla scelta delle parole, dalle sfumature, dalla perenne lotta tra la testa che sa "questa parola significa questo" e un punto indefinito dietro allo sterno che dice "mmmh, ce n'è un'altra che calza meglio, pensa oltre".
Appena aperta la lettera, la mia vita reale è svanita. Niente ragazzi, mail, appuntamenti, turni. C'eravamo solo io, il computer e le parole. Dove in passato avevo mille dizionari sparsi su un tavolo, ora apro tab su uno schermo. Un sito per sinonimi e contrari, uno per le traduzioni dall'inglese all'italiano, un altro per l'olandese-inglese. Mi piacerebbe sapere in base a quale scompenso mentale se leggo un testo in olandese la prima possibile traduzione che mi salta in mente è invariabilmente in inglese e solo dopo averci pensato su mi viene in mente in ìtaliano. Per la scrittura mi manca un ponte semantico tra le due lingue, devo passare dall'autostrada dell'inglese, mentre quando parlo il problema non si pone.
Da una semplice lettera sono nate considerazioni sconnesse su come funziona un cervello, come vola il tempo e quante diavolo di Lucie esistono. Ora faccio quasi fatica a ricordarlo, ma per diversi anni tradurre è stato il mio lavoro. Era il mio mondo e ora non ne è rimasta neanche l'ombra, fatta eccezione per la reazione allergica ai libri mal tradotti. I ragazzi non esistevano e io vivevo in una dimensione diversa. Ora che è iniziato il conto alla rovescia sul lavoro, mi domando se potrei tornare a tradurre o a lavorare in ufficio. Da un punto di vista prettamente pratico direi di sì, se lo sapevo fare prima lo so fare anche adesso. Solo che prima non conoscevo quel mondo parallelo di gente stortignaccola che da un senso alle mie giornate. Se torno dietro ad una scrivania, usciranno dalla mia testa così facilmente? Probabile. Faccio fatica a crederlo, ma per parecchio tempo non ho potuto neanche immaginare di fare altro se non stare in un ufficio; magari funziona così anche nell'altra direzione, anche se un po' ne dubito.
Quello che comunque riaffiora come una costante è il mio amore per le parole. La soddisfazione di condurre battaglie epiche alla ricerca di quel determinato termine che sai essere perfetto, mentre lui ti prende per i fondelli rifiutando di affiorare da un angolino buio del tuo cervello. Il famoso libro che il marito attende con fede da anni non nascerà mai perché mi manca una storia, ma in quanto a voglia di scrivere me lo godrei di sicuro.
Appena aperta la lettera, la mia vita reale è svanita. Niente ragazzi, mail, appuntamenti, turni. C'eravamo solo io, il computer e le parole. Dove in passato avevo mille dizionari sparsi su un tavolo, ora apro tab su uno schermo. Un sito per sinonimi e contrari, uno per le traduzioni dall'inglese all'italiano, un altro per l'olandese-inglese. Mi piacerebbe sapere in base a quale scompenso mentale se leggo un testo in olandese la prima possibile traduzione che mi salta in mente è invariabilmente in inglese e solo dopo averci pensato su mi viene in mente in ìtaliano. Per la scrittura mi manca un ponte semantico tra le due lingue, devo passare dall'autostrada dell'inglese, mentre quando parlo il problema non si pone.
Da una semplice lettera sono nate considerazioni sconnesse su come funziona un cervello, come vola il tempo e quante diavolo di Lucie esistono. Ora faccio quasi fatica a ricordarlo, ma per diversi anni tradurre è stato il mio lavoro. Era il mio mondo e ora non ne è rimasta neanche l'ombra, fatta eccezione per la reazione allergica ai libri mal tradotti. I ragazzi non esistevano e io vivevo in una dimensione diversa. Ora che è iniziato il conto alla rovescia sul lavoro, mi domando se potrei tornare a tradurre o a lavorare in ufficio. Da un punto di vista prettamente pratico direi di sì, se lo sapevo fare prima lo so fare anche adesso. Solo che prima non conoscevo quel mondo parallelo di gente stortignaccola che da un senso alle mie giornate. Se torno dietro ad una scrivania, usciranno dalla mia testa così facilmente? Probabile. Faccio fatica a crederlo, ma per parecchio tempo non ho potuto neanche immaginare di fare altro se non stare in un ufficio; magari funziona così anche nell'altra direzione, anche se un po' ne dubito.
Quello che comunque riaffiora come una costante è il mio amore per le parole. La soddisfazione di condurre battaglie epiche alla ricerca di quel determinato termine che sai essere perfetto, mentre lui ti prende per i fondelli rifiutando di affiorare da un angolino buio del tuo cervello. Il famoso libro che il marito attende con fede da anni non nascerà mai perché mi manca una storia, ma in quanto a voglia di scrivere me lo godrei di sicuro.
sabato 16 agosto 2014
Uno dei miei tanti problemi è il costante conflitto tra il mio primo pensiero e quello che in effetti dico. Esempio: ieri il marito stava combattendo con una di quelle sportine malefiche che puoi tenere in borsa in caso ti capiti di fare una spesa inaspettata. Dopo un po' gliel'ha data su. Ho preso la sportina per piegarla e il primo commento che mi è venuto in mente è stato: "Non ti preoccupare, amore, faccio io. Lavoro con gli handicappati."
Ovviamente è scattato il filtro. Perché anche se lo penso con bonomia sono abbastanza cosciente del fatto che trattare così il prossimo non è bello. Il primo, nitidissimo ricordo di quando ho capito che dovevo tenere a freno la lingua risale alle elementari. Non ricordo bene cosa mi sia venuto fuori di bocca, ma vedo ancora il mio compagno di classe in lacrime, la maestra che lo consola e la sua domanda: "Ma come fai a piangere per qualcosa che ha detto Lucia? E' così dolce."
Altra fregatura. Non solo la natura mi ha dotato di una mente nera come la pece ma l'ha nascosta dietro ad una faccia da angioletto. Avessi un centesimo per tutti i commenti che ho ricevuto sulla dolcezza del mio sorriso a quest'ora avrei la Porsche sotto casa.
E così vivo in un costante conflitto fra quello che veramente vorrei dire e quello che in effetti formulo. Immagino di non essere la sola con questo problema, ci sarà altra gente abbastanza spocchiosa da vaneggiarsi più intelligente del prossimo. Però vorrei che non fosse così. Sono dolorosamente conscia del fatto che ho ben poco da esser superba; vedo fin troppo bene i miei limiti e purtroppo superano di gran lunga le virtù. Mi piacerebbe solo che l'umiltà necessaria mi venisse naturale e non fosse una perenne battaglia tra un ego a mongolfiera e un cervello che lo deve ridimensionare ad ogni piè sospinto.
Ovviamente è scattato il filtro. Perché anche se lo penso con bonomia sono abbastanza cosciente del fatto che trattare così il prossimo non è bello. Il primo, nitidissimo ricordo di quando ho capito che dovevo tenere a freno la lingua risale alle elementari. Non ricordo bene cosa mi sia venuto fuori di bocca, ma vedo ancora il mio compagno di classe in lacrime, la maestra che lo consola e la sua domanda: "Ma come fai a piangere per qualcosa che ha detto Lucia? E' così dolce."
Altra fregatura. Non solo la natura mi ha dotato di una mente nera come la pece ma l'ha nascosta dietro ad una faccia da angioletto. Avessi un centesimo per tutti i commenti che ho ricevuto sulla dolcezza del mio sorriso a quest'ora avrei la Porsche sotto casa.
E così vivo in un costante conflitto fra quello che veramente vorrei dire e quello che in effetti formulo. Immagino di non essere la sola con questo problema, ci sarà altra gente abbastanza spocchiosa da vaneggiarsi più intelligente del prossimo. Però vorrei che non fosse così. Sono dolorosamente conscia del fatto che ho ben poco da esser superba; vedo fin troppo bene i miei limiti e purtroppo superano di gran lunga le virtù. Mi piacerebbe solo che l'umiltà necessaria mi venisse naturale e non fosse una perenne battaglia tra un ego a mongolfiera e un cervello che lo deve ridimensionare ad ogni piè sospinto.
sabato 2 agosto 2014
Allora, quand'è che il destino si decide a farmi vincere la lotteria? Ho da metter su un'ong con Alessandra per qualche buona causa ancora da definire, vorrei coronare il sogno di produrre macchine automatiche insieme a Salva; ci sarebbero un paio di casine da comprare, i debiti di alcuni parenti e amici (e i nostri...) da saldare, un paio di viaggetti che non mi dispiacerebbero. Insomma, niente sotto i due milioni di euro, direi.
In realtà poi ci penso e mi rendo conto di aver già vinto almeno cento lotterie. Due figlie sane (magari non del tutto sane di mente, ma insomma nella norma). Un compagno che tra un casino e l'altro mi regge da venticinque anni. Una famiglia allargata che amo, una serie di amici che danno un senso a quel che vivo. Abito in quello che sembra essere uno dei pochi angoli di mondo dove non rischio di finire smaciullata appena esco di casa, o di ritrovarmi le figlie annientate da un bombardamento. In questo angolo di mondo c'è un sottoangolino serafico fatto di diritti civili, servizi efficienti, abbondanza e relativa quiete, e qui abbiamo messo su casa. Se la mia più grande vessazione deve essere il cane col mal di pancia o il lavoro ancora da trovare, non ho più nulla da chiedere al destino. Mi sa che i miei due milioni sono già arrivati, solo non in denaro.
In realtà poi ci penso e mi rendo conto di aver già vinto almeno cento lotterie. Due figlie sane (magari non del tutto sane di mente, ma insomma nella norma). Un compagno che tra un casino e l'altro mi regge da venticinque anni. Una famiglia allargata che amo, una serie di amici che danno un senso a quel che vivo. Abito in quello che sembra essere uno dei pochi angoli di mondo dove non rischio di finire smaciullata appena esco di casa, o di ritrovarmi le figlie annientate da un bombardamento. In questo angolo di mondo c'è un sottoangolino serafico fatto di diritti civili, servizi efficienti, abbondanza e relativa quiete, e qui abbiamo messo su casa. Se la mia più grande vessazione deve essere il cane col mal di pancia o il lavoro ancora da trovare, non ho più nulla da chiedere al destino. Mi sa che i miei due milioni sono già arrivati, solo non in denaro.
domenica 20 luglio 2014
Poi faccio festa.
Se dovessi fare una classifica dei momenti più incasinati di una vita incasinata l'ultimo anno a Bologna vincerebbe a mani basse. Tra l'azienda, la casa, le bestie (intese come figlie), gli animali (intesi come bestie), il marito già all'estero, il cuore sotto i tacchi per la partenza, il trasloco da organizzare, la necessità di traghettare le ragazze in una nuova vita non desiderata nel modo più sereno possibile e tutto il corollario direi che ho avuto da fare. In realtà se ci ripenso non sento nessuna fatica, ricordo solo gli amici, l'allegria e la bellezza della città che amo e chiamo abusivamente mia. Però so anche che ogni tanto pensavo "Una volta sistemati in Olanda, faccio festa." Poi siamo arrivati in Olanda e ho iniziato a pensare "Oh, appena trovo un lavoro, faccio festa." Il lavoro l'ho trovato, un lavoro assurdo che amo con una passione malriposta e mi sono detta "Cacchio, però, se riesco a prendere un diploma per rimanere nel campo, faccio festa."
Ora il diploma è a portata di mano. Il primo esame, quello più rognoso, è andato. Le tesine sono consegnate, mi mancano solo un paio di relazioni e tre esami meno preoccupanti. Ho compresso in dieci mesi un percorso di studi di quattro anni, chiedendomi tutto il tempo che cacchio fai in quattro anni se in realtà ce la puoi fare in molto meno tempo, senza calcolare che si fa in pochi mesi solo se si è disposti a sospendere il resto della propria vita per tutta la durata del corso.
Allora, faccio festa? No, ora penso: "Appena trovo un altro lavoro, faccio festa." Eh, no, così non vale. Perché aspetto sempre il prossimo traguardo per fermarmi un attimo a pensare "Oh, ce l'ho fatta, mò faccio festa"?
Se dovessi fare una classifica dei momenti più incasinati di una vita incasinata l'ultimo anno a Bologna vincerebbe a mani basse. Tra l'azienda, la casa, le bestie (intese come figlie), gli animali (intesi come bestie), il marito già all'estero, il cuore sotto i tacchi per la partenza, il trasloco da organizzare, la necessità di traghettare le ragazze in una nuova vita non desiderata nel modo più sereno possibile e tutto il corollario direi che ho avuto da fare. In realtà se ci ripenso non sento nessuna fatica, ricordo solo gli amici, l'allegria e la bellezza della città che amo e chiamo abusivamente mia. Però so anche che ogni tanto pensavo "Una volta sistemati in Olanda, faccio festa." Poi siamo arrivati in Olanda e ho iniziato a pensare "Oh, appena trovo un lavoro, faccio festa." Il lavoro l'ho trovato, un lavoro assurdo che amo con una passione malriposta e mi sono detta "Cacchio, però, se riesco a prendere un diploma per rimanere nel campo, faccio festa."
Ora il diploma è a portata di mano. Il primo esame, quello più rognoso, è andato. Le tesine sono consegnate, mi mancano solo un paio di relazioni e tre esami meno preoccupanti. Ho compresso in dieci mesi un percorso di studi di quattro anni, chiedendomi tutto il tempo che cacchio fai in quattro anni se in realtà ce la puoi fare in molto meno tempo, senza calcolare che si fa in pochi mesi solo se si è disposti a sospendere il resto della propria vita per tutta la durata del corso.
Allora, faccio festa? No, ora penso: "Appena trovo un altro lavoro, faccio festa." Eh, no, così non vale. Perché aspetto sempre il prossimo traguardo per fermarmi un attimo a pensare "Oh, ce l'ho fatta, mò faccio festa"?
domenica 13 luglio 2014
Alice ha passato tutti i mondiali di calcio in preda al panico. Ad ogni partita si rifugiava tremabonda sul divano, con la solita faccia da cane bastonato che la contraddistingue. La prima volta non avevo collegato la tensione alla partita, pensavo fosse spaventata dal maltempo (con lei potrebbe essere anche una foglia secca che fa croc, vai a sapere). Solo quando me la sono trovata nel letto, con le chiappe sul mio cuscino, ho iniziato a sospettare qualcosa. Non osa mai salire di sopra, le camere da letto sono il regno dei gatti e lei se la fa sotto solo al pensiero. Per di più su c'è il tanto temuto bagno dove ogni tanto - stesi dalla puzza - la laviamo. Per superare il timor panico e salire lo stesso deve succedere qualcosa di grosso, di solito i botti a Capodanno. Vabbè, in effetti finché ha giocato l'Olanda qualche botto si sentiva, ci poteva anche stare. Ma questa sera che giocano Germania e Argentina, si può sapere ad Alice che gliene frega?
Me la sono ritrovata in braccio. Dimentica della stazza (e del fatto che pesa una ventina di chili) si è accucciata sulle mia ginocchia come un gigantesco orso ingombrante. Cosa non darei ogni tanto per riuscire a capire cosa le passa per la testa...
Me la sono ritrovata in braccio. Dimentica della stazza (e del fatto che pesa una ventina di chili) si è accucciata sulle mia ginocchia come un gigantesco orso ingombrante. Cosa non darei ogni tanto per riuscire a capire cosa le passa per la testa...
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