Succede di colpo. Non lasciatevi ingannare da chi vi racconta che il processo è graduale, quasi impercettibile. Non è così. Un giorno ancora hai dentro tutto un mondo di colori, profumi, immagini, ricordi così vivi da essere certa che siano la tua stessa sostanza, quello che fa di te, te. Poi all'improvviso apri una porta e scopri che la casa che tanto ti ha commosso non è che un vecchio appartamento malandato. Il pavimento di cotto per tanti anni sinonimo di calore e famiglia, i mobili indissolubilmente associati alle tue radici, altro non sono che vecchi pezzi dissestati. Non hanno nulla di romantico, non sono più una morbida cortina di ricordi. Sono davanti ai tuoi occhi, spogli, spietatamente nudi. E mentre ti rendi conto di aver perso tutta la mitologia dell'infanzia, ti scopri anche incapace di idealizzare oggetti e persone nuove. Per quanto non abbia perso la capacità di amare ferocemente la famiglia, gli amici e tutto il loro indotto, nessuno più sarà un supereroe. Nessun vecchio saggio, custode del passato e indovino del futuro, detentore di uno scrigno di saggezza. Niente certezze granitiche, nessuno infallibile.
E' tutto molto più umano. E invece di rimanere tristi davanti ai ricordi svestiti, ti accorgi che la vita imperfetta accoglie anche te. Che non sei più ammutolita dalla soggezione, non hai più l'impressione di non conoscere i misteriori segreti che rendono i tuoi cari così saggi. Ormai ne sai tanto quanto loro, hai le stesse cicatrici. Sei cresciuta.
E' bastata una porta.
venerdì 4 aprile 2008
giovedì 21 febbraio 2008
Ironia del destino. Io, appassionata di macchine automatiche, vestita sempre con abiti sportivi il meno appariscenti possibile, con zero comprensione della "femminilità", mi ritrovo a lavorare come interprete per una casa di moda. Gente che passa le ore a disquisire di colori, stoffe, tagli. Mi sono ritrovata nello showroom di Milano durante la settimana della moda a chiedermi se non fossi capitata su un altro pianeta. Avvolta dal lusso, dal bello, dai dettagli curatissimi, mi domandavo come si fa ad agitarsi tanto su un pizzo quando c'è al mondo gente che muore di fame.
Erano innamorati i due coccodrilli lei lo chiamava "Cocco" lui invece "Drilli"vivevano in un fiume giù nel Marocco lui sempre insieme a "Drilli" lei insieme a Cocco. Ma in questa che è una dolce storia d'amor arriva tutt'a un tratto su una barca un cacciator...
Quarant'anni suonati, in bici verso il lavoro, a lacrimare per Cocco e Drilli. Ha ragione Ed, la puntura per la menopausa mi ha falciato il cervello, il buon umore, l'energia e, si direbbe, quel minimo di buon senso che ogni cristiano dovrebbe possedere.
In compenso con "lo scarrafone", la bici nuova di zecca con le orecchie basse, nera per non dare nell'occhio (l'altra me l'anno fregata dentro casa), piccola come una bici per bambini, niente cambio, sono arrivata in ufficio in un quarto d'ora invece che in venticinque minuti. Tiè, non sono io che stò invecchiando, è l'altra bici che era fatta di piombo!
Quarant'anni suonati, in bici verso il lavoro, a lacrimare per Cocco e Drilli. Ha ragione Ed, la puntura per la menopausa mi ha falciato il cervello, il buon umore, l'energia e, si direbbe, quel minimo di buon senso che ogni cristiano dovrebbe possedere.
In compenso con "lo scarrafone", la bici nuova di zecca con le orecchie basse, nera per non dare nell'occhio (l'altra me l'anno fregata dentro casa), piccola come una bici per bambini, niente cambio, sono arrivata in ufficio in un quarto d'ora invece che in venticinque minuti. Tiè, non sono io che stò invecchiando, è l'altra bici che era fatta di piombo!
mercoledì 13 febbraio 2008
Ho tralasciato un paio di dettagli negli ultimi mesi: il matrimonio, i tanto sospirati quarant'anni, le piccole che crescono alla velocità della luce (Martine è proprio grande. Bella come il sole, intelligente, spiritosa e spinosa allo stesso tempo, e già grande), i viaggi per ospedali per vedere di arginare delle emorragie epiche, l'AIL, il lavoro, le amicizie. Ce ne sarebbe da scrivere per dei mesi, ma alla fine ho deciso di non registrare nulla. Questo blog mi serve per fissare dei pensieri sciolti, dei momenti buffi o meno buffi, ma non di più.
domenica 10 febbraio 2008
domenica 16 dicembre 2007
Mi piacciono da matti le chiese piccoline. Non troppo illuminate, profumate d'incenso, possibilmente con delle candele vere e non con quelle schifezze elettriche che imperversano ora. Mi ci siedo volentieri prima di andare al lavoro o in un attimo di pausa. Mi piace il silenzio, il raccoglimento. Alcune chiese sono proprio vissute e sono ancora più belle. Hanno poster dei ragazzini appesi in giro, annunci di incontri, ritrovi, gite, hanno un'anima. Ma anche quelle più tranquille sono belle. Accendo una candela e mi siedo. Mi guardo in giro, assorbo il silenzio, penso ai fatti miei. Ringrazio per quanto di buono - tanto, tantissimo, sconfinato - c'è nella mia vita. Ed, le bimbe, gli amici, una bella famiglia, tutti sani. Una casa, due gatti, cibo più che a sufficienza, l'acqua corrente, una bicicletta. Non mi sarebbe piaciuto nascere in un secolo o in un luogo meno comodo di questo, sono stata fortunata.
Non mi fermo mai più di cinque minuti, il mia spiritualità si scarica piuttosto in fretta; torno subito a pensare a quello che c'è da fare in ufficio o da organizzare per le piccole. Però ogni tanto un minutino di silenzio mi fa bene. Mo sostiene che questo è un chiaro segno di non-ateismo, ma io sono convinta di entrare in una chiesa perchè è il posto più vicino che ho. Se fossi in oriente, farei un salto in un tempio, se abitassi in mezzo alla natura mi metterei sotto un albero. Bello è fermarsi un attimo a pensare, non importa dove.
Non mi fermo mai più di cinque minuti, il mia spiritualità si scarica piuttosto in fretta; torno subito a pensare a quello che c'è da fare in ufficio o da organizzare per le piccole. Però ogni tanto un minutino di silenzio mi fa bene. Mo sostiene che questo è un chiaro segno di non-ateismo, ma io sono convinta di entrare in una chiesa perchè è il posto più vicino che ho. Se fossi in oriente, farei un salto in un tempio, se abitassi in mezzo alla natura mi metterei sotto un albero. Bello è fermarsi un attimo a pensare, non importa dove.
sabato 1 dicembre 2007
Dall'alto, guardo le mie mani. Lentamente, con pazienza, impastano. E' tempo di cappelletti, tra poco è Natale, la tradizione è passata a me. A noi, anzi, tutta la famiglia partecipa alla preparazione dei famosi cappelletti. Le piccole tirano la pasta, facendo a turno con la manovella, poi aiutano a riempirli, papà li chiude (e li rende tutti squadrati perfetti, da bravo nordico).
Guardo le mie mani e sparisce ogni suono. Non sento più la tv, non vedo più la famiglia né i gatti, le guardo e vedo le mani di mia madre. Vedo le mani delle mie bimbe, che impasteranno a loro volta. Vedo le mani di zie, nonne, generazioni di donne che hanno impastato. Vedo pentoloni che borbottano, grembiuli, vapore, anni di storia che ruotano attorno a una tavola imbandita. Le stesse mani che lavoravano i campi e ora schiacciano i tasti di un computer. Le stesse mani che lavavano i figli piccoli nei catini e ora li lavano sotto un bello scroscio di acqua corrente. Quelle che zappavano un orto e ora guidano la macchina. Mani che reggono un libro, amano, lavano, pettinano, accarezzano, portano la spesa, ammoniscono, ridono. Mani che impastano.
Alla fine sono sempre le stesse mani.
Guardo le mie mani e sparisce ogni suono. Non sento più la tv, non vedo più la famiglia né i gatti, le guardo e vedo le mani di mia madre. Vedo le mani delle mie bimbe, che impasteranno a loro volta. Vedo le mani di zie, nonne, generazioni di donne che hanno impastato. Vedo pentoloni che borbottano, grembiuli, vapore, anni di storia che ruotano attorno a una tavola imbandita. Le stesse mani che lavoravano i campi e ora schiacciano i tasti di un computer. Le stesse mani che lavavano i figli piccoli nei catini e ora li lavano sotto un bello scroscio di acqua corrente. Quelle che zappavano un orto e ora guidano la macchina. Mani che reggono un libro, amano, lavano, pettinano, accarezzano, portano la spesa, ammoniscono, ridono. Mani che impastano.
Alla fine sono sempre le stesse mani.
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