martedì 16 agosto 2016

Io 'sta cosa non la capisco.
Ho un senso di appartenenza molto spiccato. Sono profondamente felice quando mi sento lo spicchio di una comunita'. Il mio giro a Bologna, la tribu' di cugini. Essere un pezzetto di un sistema con una sua identita' precisa mi tiene ancorata, soddisfatta.
Eppure ormai ho superato ampiamente la meta' della mia esistenza e se guardo indietro vedo un disegno piuttosto preciso nel casino costante che mi pare di vivere. Passo cinque, sei anni in un posto (lavoro, casa, volantariato, non importa cosa) e poi inizio a smaniare. Essere parte di un tutto mi da fastidio come una canottiera bagnata. Ho solo voglia di tagliare tutti i ponti, non vedere piu' chi fino a poco tempo fa mi sembrava vitale, fare letteralmente piazza pulita e poi ricominciare da capo.
Dicotomia esistenziale spicciola. O psicolabilita'.

sabato 30 luglio 2016

Siamo in vacanza a Texel, isolotto fatato sul mare del Nord. Passeggiate, giri in bicicletta, negozietti, deliziose cene al ristorante. Una pacchia.
Ci siamo Ed e io, la nonna, le ragazze e i due cani, che vivono settimane paradisiache tra pisolini in giardino e passeggiate nei boschi. Facciamo un mucchio di giri, ma ci rimane comunque il tempo di stare in polleggio totale. Le ragazze, ovviamente, ognuna per conto suo.
Una sera tutto d'un tratto me le trovo nel letto. Prima una e poi l'altra. Chiacchiere, coccole. Sono un po' impietrita. Avere due adolescenti in casa vuol dire essere guardata come un insetto molesto dalla mattina alla sera, sbagliare anche solo a chiedere se qualcuno vuole bere qualcosa, essere reguardita su tutto e mal sopportata. Va bene cosi', son fasi, e non me ne metto piu' di tanto. Pero' poi ci rimango secca a trovarmele entrambe tra le braccia. Chiedo a Chiara se c'e' qualcosa che non va. No, mi risponde, volevo solo stare un po' con te. Mi scappa da ridere, dico "Ma da quando?" Mi risponde serafica: "Di giorno non ti conosco proprio, ma la sera mi piace stare un po' insieme."
Il riassunto dell'adolescenza in una frase.

martedì 24 maggio 2016

Allora. Fare un lavoro che appassiona e' una gran fortuna. Farlo a pochi metri da casa e' anche una gran comodita'. Lo svantaggio e' che ovviamente il tuo lavoro diventa la tua vita. Ad un certo momento, grazie anche alle strinate familiari, mi sono resa conto di dover cercare qualcosa da fare al di fuori del mio mondo di gente storta. Basta binomio lavoro - casa, casa - lavoro.
A una persona normale viene in mente un bel corso di zumba. Il club di lettura. Lo sport. Io mi sono messa a fare la volontaria per l'Associazione Umanistica.
Prendo da Wikipedia: "Un'organizzazione che promuove l'umanesimo secolare e rappresenta le persone che cercano di vivere serenamente senza religione o superstizione. L'associazione è dedita al secolarismo, ai diritti umani, alla democrazia, all'egalitarianismo e al rispetto reciproco. Promuove una società aperta con libertà di espressione e di credo e l'abolizione dei privilegi goduti dalle religioni in ambito legale, culturale, televisivo e altrove sussistano." Cacchio, ho trovato dei compagni, vado!
Mando la domanda, faccio un colloquio (olandesi gente seria), mi affidano il primo lavoro. Mi occupo di una signora malata terminale di cancro (ma imparare a fare la maglia, no?) Per fortuna con questa tizia mi trovo benissimo, e' battagliera, di estrema sinistra, appassionata di attualita', politica, del mondo in generale, stiamo bene insieme. Appena possiamo, ci troviamo a fare due chiacchiere. Ottimo.
Poi inizio a fare le riunione con l'associazione. La prima volta ho pensato fossero parecchio sbarellati, ma non ci ho visto nulla di male. Alcuni mi sembravano un po' mielosi, altri piu' raziocinanti, ma ho sospeso il giudizio.
Settimana scorsa ho fatto due giorni di training. Argomenti a tratti pratici, a tratti no. Sono rimasta allibita. Non ce n'era uno che non facesse una cronaca puntuale e dettagliata di ogni pensiero o sentimento. "Sono un po' stanco dopo una giornata di lavoro, noto in me un certa resistenza." "Sono felice di essere qui con voi, siete come un bagno caldo." "L'importante e' il legame con il nostro prossimo. Trovo che il silenzio sia il modo migliore per entrare in contatto con qualcuno." "L'amore e' la base di tutto." E tutti ad abbracciarsi. Ci si abbraccia la mattina per salutarsi, ci si abbraccia prima di tornare a casa. Ma non un abbraccio e via. No, si rimane allacciati per dei minuti interi.
Ora, e' vero che io sono un'anziana stronza, con la lingua al cianuro, l'anima di pece e una spocchiosa tendenza a trattare il prossimo con freddo cinismo. Ma dio bonino, se non trovo gente razionale e con i piedi a terra manco nell'Associazione Umanistica, dove li vado a cercare? Possibile che sia solo io ad aver bisogno di fatti concreti, azioni ragionate, rapporti tra adulti e non di sdolcinati messaggi d'ammmmore?
Aiuto!

giovedì 31 dicembre 2015

Sono le cinque della mattina. E' dall'una e mezza che Alice va avanti e indietro per casa come se si stesse avvicinando l'Apocalisse. L'ho portata fuori, sono venuta a dormire con lei sul divano, ma non c'è stato verso di calmarla. A differenza degli anni passati, ancora non si sentono dei gran botti. Chissà quali antenne le fanno comunque capire che è arrivato Capodanno. Per lo meno, immagino sia quello che la spaventa, che altro potrebbe essere.
Detesto i festeggiamenti finti per la fine dell'anno, l'idea di dover essere per forza allegri ad una determinata ora mi comunica una tristezza infinita. Da anni me ne vado beatamente a letto alle dieci, come tutte le sere, di norma portandomi dietro il cane. Quest'anno invece siamo ospiti dai cognati; casa nuova, primo Capodanno senza nonno, dài stiamo insieme. Non è una cattiva idea, ma se voglio sopravvivere devo farmi un bel pisolino prima di partire.
Non ho più raccontato com'è andata la morte del nonno. Ci arriverò, devo prima sbrogliare un grumo di immagini, sensazioni, pensieri che ancora non hanno trovato le parole giuste.
Comunque sia, se l'anno nuovo assomiglia a quello appena passato possiamo solo considerarci veramente molto fortunati.

giovedì 12 novembre 2015

Un respiro alla volta.
E' vero che questi pochi mesi sono passati in leggerezza. Tante visite al paesino magico dei nonni, con la suocera carcerata che passava il tempo sfornando delizie e il suocero che guardava le partite di pallone con Ed. L'atmosfera è sempre rimasta accogliente, le visite allegre. Anche con un nonno che peggiorava, l'idea di un addio definitivo non è mai stata reale. Sì, tutti ragionevoli e giudiziosi, si sapeva che alla fine nonno avrebbe scelto di andarsene, ci sembrava la cosa più logica e civile. Perché soffrire anche un minuto di più del dovuto se si può evitare.
Oggi Ed rientra a casa e dice semplicemente: "Mercoledì." Con un colpo solo mi esce tutta l'aria dai polmoni.  Ora è vero, è qui, muore. Martedì c'è, mercoledì non c'è più.
Non mi ero aspettata una tale randellata nei denti. Aspetti solo di conoscere la data, gli auguri di non dover restare a patire un giorno più del necesssario e quando la data arriva ti investe un treno.
Sono rintronata, triste, indolenzita. Per un attimo funziono in modalità 'tutto da sistemare', cancello riunioni, mando mail, cambio turni. Poi, seduta fuori sopra una panchina in questo novembre inverosimilmente caldo, piango tutte le mie lacrime. Mi vengono fuori a fiotti, come si fa da bambini. Sono calde, ruzzolano giù senza la minima possibiltà di arginarle.
E mi rendo conto che non ho la minima idea di come sopravvivere a questa settimana, soprattutto come fare in modo che Ed, le ragazze e mia suocera la passino nel miglior modo possibile.
Non lo so. L'affronterò nell'unico modo che conosco, un respiro alla volta.

giovedì 3 settembre 2015

Quanto mi era mancato.
Prima le vacanze, piene di chiacchiere, posti da visitare, amici e parenti da rivedere. Un frullìo di colori sapori allegria sole e colli. Poi il rientro, la ripresa della scuola, il lavoro con il piede sulla tavoletta del gas. Nel frattempo la malattia del nonno, i relativi viaggi dai suoceri, le assenze di Ed da compensare. Insomma, sono settimane che non sto ferma. Il che non mi pesa, quello che veramente mi pensa in realtà è che non c'è mai silenzio. Al lavoro ovviamente manco a pensarci. A casa o c'è qualcuno che chiacchiera e/o fa domande a raffica o c'è la musica accesa o la televisione a palla o qualche elettrodomestico in sovralavoro. Tutto nella norma quando si ha una famiglia, ma ora che per la prima volta da mesi sono a casa da sola mi rendo conto di quanto fisicamente mi sia mancato il silenzio. Sono qui e tutto tace. Una goduria indescrivibile. Mi sento il silenzio sull'anima come un balsamo. Sssshhhhh.

sabato 8 agosto 2015

Qui non è mai la morte di nessuno. Neanche quando è la morte di qualcuno.
Una decina di giorni fa, mentre ci stavamo godendo una bella vacanza sui colli marchigiani, ci arriva la notizia che mio suocero è malato terminale di cancro. Per anni l'abbiamo preso in giro perché andava dal medico a ogni piè sospinto. Ridacchiando gli dicevamo "Sei l'uomo più monitorato della terra, ci seppellirai tutti." Peccato che durante i mille controlli per tumori alla pelle, cuore malandato, diabete e quant'altro sia sfuggito il piccolo particolare che aveva un cancro all'esofago, andato in metastasi al fegato.
Ed riceve la notizia direttamente da suo padre, che gli parla con la flemma di un postino che ti chiede la firma per una raccomandata. Dopo un po' a sua volta la riferisce a me con la stessa compostezza. "Non c'è più niente da fare." Stesso tono con cui potrebbe dire "Cara, ho pagato tutte le bollette." Ok, ormai vivo da tanti anni in un Paese sobrio, faccio parte di questa famiglia misurata, ho un marito equilibrato, funziona così.
Da quando siamo tornati siamo andati spesso dai nonni. Abbiamo parlato tanto, fatto passeggiate, mangiato e riso insieme. Devo dire in tutta sincerità che li ammiro. Ammiro la sobrietà olandese in generale e la compostezza di questa famiglia in particolare. E' un gran dolore. E' una fregatura immensa. E' un fulmine a ciel sereno. Ma non è un dramma. Certo, si piange. Certo, siamo tristi. Ma non siamo solo tristi. Si va a mangiare dai nonni e si chiacchiera, come si è sempre fatto, fra bollettini medici e barzellette. Si va a passeggiare con i cani per boschi e si ha la libertà di esprimere qualunque pensiero, triste o allegro che sia. Ad entrare in casa non si respira un'aria angosciante, anche se non si evita di guardare in faccia la realtà. 
A dirla tutta sono contenta che le ragazze vivano qui per la prima volta il dolore di perdere qualcuno di molto caro. Perché assorbono anche l'idea che per quanto penoso, morire è inevitabile. Per quanto triste l'idea, prima o poi con la morte devi fare i conti e non è detto che lo si debba fare solo piangendo fiumi di lacrime e strappandosi i capelli. Ci si può anche avvicinare alla fine con grazia, senza negare il dolore ma senza fermare la vita. Perché qui in fondo è ancora radicata una convinzione antica che la morte faccia parte della vita stessa. In passato era un concetto naturale anche da noi, ma ormai abbiamo rimosso la morte dalle nostre esistenze fino a farla diventare un tabù. Invece per come la stiamo vivendo ora è inevitabilmente un argomento spinoso, non se ne chiacchiera certo a cena con gli amici come se fosse l'ultimo film di grido, ma non si evita neppure di affrontare l'argomento. I miei suoceri stanno mettendo in pratica con grande eleganza il detto "Il dolore è inevitabile, la sofferenza una scelta."