sabato 1 febbraio 2020


Che bella cosa invecchiare.
Fino a poco tempo fa mi portavo dietro uno zaino poderoso di errori indigesti. Ne ho gia' scritto in passato, a guardare indietro vedevo solo le scelte sbagliate. Uno studio che non e' sfociato in una brillante carriera, una sapienza finanziaria pari allo zero che mi ha fatto sempre vivere senza la minima serenita' economica. Posso scrivere un libro su tutti gli errori fatti con le figlie. Per non parlare dei due matrimoni e due divorzi. Amicizie che dovevano essere eterne e si sono sbriciolate. Attenzioni mancate, occasioni perse, tutta una fila di porte che avrei dovuto aprire per raggiungere la felicita' e la constante sensazione di essere l'unica a non sapere quale era quella giusta, o peggio ancora l'unica a non imbroccarne una mentre tutti attorno a me sapevano esattamente cosa fare e dove andare.
E ora sono libera. Non so se e' stato tutto quello che e' successo nell'ultimo paio d'anni o se e' una saggezza che viene semplicemente dall'invecchiare. Come dice Wanda Sykes, piu' invecchi piu' ti si abbassano i livelli di estrogeno nel sangue: 'the older you get, the less you care. The older you get, you become a man.' Puo' darsi. Quel che sia la ragione, biologica o esistenziale, quanto e' bello guardarsi indietro e pensare: Oh, ragazzi, non ne ho sbagliata una.
Anni di sensi di colpa perché le ragazze non avevano una base. Niente casa paterna con i nonni nello stesso quartiere, gli amici di sempre, le scuole conosciute, le radici ben salde in un posto solo. Le pare che mi sono fatta perché ogni tanto le sradicavo e le obbligavo a rifarsi una vita da qualche parte, solo perché io volevo andarmene e loro subivano le mie scelte. Ora ci penso e dico: ho tirato su due guerriere. Hanno imparato fin da piccole ad adattarsi, a trovare il bello dovunque fossero, a sperimentare sulla propria pelle che dovunque vanno domani, hanno quello che serve per trovare la loro strada e ricominciare. Se penso ad una collega che e' finita in terapia perché non e' riuscita a suparare il trauma di essersi trasferita letteralmente tre strade piu' in la', capisco che questa per loro e' una forza.
Per anni anch'io ho sentito il peso di avere il cuore scheggiato, ogni pezzetto in un angolo di mondo diverso. Tutta la gente che amo sparsa ai quattro venti. E dove prima la sensazione era quella di non essere 'completa' perché sono tutti dispersi, ora prevale la gioia di pensare che dovunque vada, amo qualcuno. Se mi pesava l'idea di non avere (per me e le ragazze) un posto 'dove appendere la nostalgia', per dirla alla Terzani, ora penso semplicemente che abbiamo piu' attaccapanni della norma.
Ho capito che alcune amicizie in effetti erano fatte per durare una vita, ma altre avevano senso solo in un determinato periodo e avevano una data di scadenza. E ho rimpiazzato la sensazione di aver fallito per l'ennesima volta nel tenere in vita un rapporto con la gratitudine di quello che e' valso fino a che e' durato.
Non mi pesano piu' gli errori fatti, che sono lunghi come un'enciclopedia. Sono grata di tutte le castronerie che alla fine mi hanno portato qui. Con un lavoro che amo, in un Paese urticante che ha una sua algida bellezza, con il mio cane, i miei gatti, le figlie e un nuovo equilibrio da cercare. Si e' spezzato lo stampo interiorizzato che una famiglia esiste solo fino a che si vive tutti appiccicati sotto lo stesso tetto e ora cerco una via per una famiglia di affetti e non di spazi. E piu' si allarga la mia, piu' mi rendo conto che la geografia non vale nulla; gli ostacoli erano tutti nella mia testa.
La liberta'.

martedì 1 maggio 2018

Il blog e' nato come diario per le cose buffe dette dalle bimbe, per non farle sbiadire come tutti gli anni passati. Ogni tanto mi e' servito come sfogo, o come stampella durante qualche trip filosofico, ma non posso dire che la costanza sia stata un elemento prevalente. Mi accorgo ora di non aver scritto nulla nel 2017. Buffo, perché nella classifica degli anni difficili, il 2017 si e' portato a casa tutte le coppe e le medaglie. E io che di norma scrivo per schiarirmi le idee o affidare alla carta pensieri molesti in modo che mi lascino in pace, non ho buttato giu' neanche una riga.
Ora l'ho riaperto per comunicare la gioia dell'ultimo raduno a Fanano e trovo la bozza di un post dell'anno scorso; evidentemente ci avevo provato ma mi sono auto-censurata perche' era una palla tremenda (grazie, coppia di neuroni sfiancati che mi accompagnate da sempre). Una frase del post abortito era: "Piu' che altro dovro' trovare un modo di accettare che non 'appartengo'. Cito Brene Brown: "Belonging is being somewhere you want to be and they want you. Fitting in is being somewhere you want to be, but they don't care one way or the other. If I get to be me, I belong. If I have to be like you, I fit in." Dopo tanti anni passati qui, e senza aver oggetivamente nulla di cui lamentarmi, certamente mi camuffo bene."
Mi ballavano dentro mille pensieri, colori, risate, paesaggi che volevo mettere in parole senza  perdermi nella melassa. Ora mi accorgo che basta un post abbozzato. Al raduno 'appartengo', pertanto son felice come una pasqua. 
Non era poi tanto difficile. 

lunedì 26 dicembre 2016

Ci ho messo piu' di un anno, ma ora la racconto.
Quando nonno ha optato per l'eutanasia siamo entrati in un giro che ovviamente non conoscevamo. L'idea astratta e' cosa buona e giusta, poi per ottenere il 'permesso' di andarsene con la dignita' intatta bisogna passare per medici, controllori, esperti. Ad ogni curva devi stare a spiegare il perché e il percome e rimetterti al giudizio insindacabile di un perfetto sconosciuto. Un percorso faticoso ma affrontato; permesso ottenuto. Un mercoledi' mattina, mentre io ero a casa con le ragazze, babbo suocera e cognata sono stati col nonno, che se ne e' andato alle nove in punto e alla velocita' della luce. Fin qui tutto bene.
Poi si scopre che, non trattandosi di morte naturale, un giudice deve dare l'autorizzazione alla cremazione. Ci vuole una settimana. La scelta e' quella di portare il suocero in un mortuario o tenerlo in casa. Manco a dirlo, mio suocera al mortuario non ci pensa proprio.
E cosi' inizia la settimana piu' surreale che abbia mai vissuto. Il suocero viene sistemato su un letto-frigorifero. Non scherzo, il letto e' uno di quelli banalissimi che si trovano in tutti gli ospedali, ma nonno giace su una piasta refrigerata a meno venti gradi e in pratica viene congelato. Tutto bello sistemato, elegante, con i suoi occhialini sul naso ma in versione stoccafisso. Come se l'idea non fosse abbastanza raccapricciante, mia suocera lo tratta se fosse ancora con lei. Si siede vicino a lui a bere il caffe',  sta li' mentre legge un libro, mette su la loro musica preferita. E noi tutti a starle dietro. Si va a trovarla, si cena tutti insieme nella serra con il morto accanto e non si fa una piega. All'inizio perché ogni cosa che le dia sollievo e' benvenuta, alla fine in realta' perché ci sembra la situazione piu' naturale del mondo. A cena col cadavere, niente di piu' serafico.
Passa un anno, nonna affronta la vedovanza e la vita con grande forza ed energia. Ieri eravamo da lei a festeggiare il Natale, tutto in allegria. Da quando se ne e' andato nonno non e' mai lontano, ma non e' una presenza molesta. Lo si ricorda con affetto e naturalezza, ma non affiora neanche troppo spesso nei nostri discorsi. Questo per dire che ieri sera non ero pronta quando sono andata a mettermi il pigiama e me lo sono trovato davanti. La suocera, gentilissima, ci ha ceduto il letto a due piazze. Entro in camera sua e l'urna con le ceneri e' li', fra il letto e il comodino. Per un attimo non ho registrato, sono rimasta li' a guardare senza capire se ero inorridita o se la cosa mi sembrasse del tutto naturale.
Alla fine abbiamo dormito come dei sassi.
Ho ancora da capire se ho acquisito un'invidiabile dimestichezza con la morte o se dovro' bruciare tutti i miei risparmi in sedute psichiatriche.

martedì 16 agosto 2016

Io 'sta cosa non la capisco.
Ho un senso di appartenenza molto spiccato. Sono profondamente felice quando mi sento lo spicchio di una comunita'. Il mio giro a Bologna, la tribu' di cugini. Essere un pezzetto di un sistema con una sua identita' precisa mi tiene ancorata, soddisfatta.
Eppure ormai ho superato ampiamente la meta' della mia esistenza e se guardo indietro vedo un disegno piuttosto preciso nel casino costante che mi pare di vivere. Passo cinque, sei anni in un posto (lavoro, casa, volantariato, non importa cosa) e poi inizio a smaniare. Essere parte di un tutto mi da fastidio come una canottiera bagnata. Ho solo voglia di tagliare tutti i ponti, non vedere piu' chi fino a poco tempo fa mi sembrava vitale, fare letteralmente piazza pulita e poi ricominciare da capo.
Dicotomia esistenziale spicciola. O psicolabilita'.

sabato 30 luglio 2016

Siamo in vacanza a Texel, isolotto fatato sul mare del Nord. Passeggiate, giri in bicicletta, negozietti, deliziose cene al ristorante. Una pacchia.
Ci siamo Ed e io, la nonna, le ragazze e i due cani, che vivono settimane paradisiache tra pisolini in giardino e passeggiate nei boschi. Facciamo un mucchio di giri, ma ci rimane comunque il tempo di stare in polleggio totale. Le ragazze, ovviamente, ognuna per conto suo.
Una sera tutto d'un tratto me le trovo nel letto. Prima una e poi l'altra. Chiacchiere, coccole. Sono un po' impietrita. Avere due adolescenti in casa vuol dire essere guardata come un insetto molesto dalla mattina alla sera, sbagliare anche solo a chiedere se qualcuno vuole bere qualcosa, essere reguardita su tutto e mal sopportata. Va bene cosi', son fasi, e non me ne metto piu' di tanto. Pero' poi ci rimango secca a trovarmele entrambe tra le braccia. Chiedo a Chiara se c'e' qualcosa che non va. No, mi risponde, volevo solo stare un po' con te. Mi scappa da ridere, dico "Ma da quando?" Mi risponde serafica: "Di giorno non ti conosco proprio, ma la sera mi piace stare un po' insieme."
Il riassunto dell'adolescenza in una frase.

martedì 24 maggio 2016

Allora. Fare un lavoro che appassiona e' una gran fortuna. Farlo a pochi metri da casa e' anche una gran comodita'. Lo svantaggio e' che ovviamente il tuo lavoro diventa la tua vita. Ad un certo momento, grazie anche alle strinate familiari, mi sono resa conto di dover cercare qualcosa da fare al di fuori del mio mondo di gente storta. Basta binomio lavoro - casa, casa - lavoro.
A una persona normale viene in mente un bel corso di zumba. Il club di lettura. Lo sport. Io mi sono messa a fare la volontaria per l'Associazione Umanistica.
Prendo da Wikipedia: "Un'organizzazione che promuove l'umanesimo secolare e rappresenta le persone che cercano di vivere serenamente senza religione o superstizione. L'associazione è dedita al secolarismo, ai diritti umani, alla democrazia, all'egalitarianismo e al rispetto reciproco. Promuove una società aperta con libertà di espressione e di credo e l'abolizione dei privilegi goduti dalle religioni in ambito legale, culturale, televisivo e altrove sussistano." Cacchio, ho trovato dei compagni, vado!
Mando la domanda, faccio un colloquio (olandesi gente seria), mi affidano il primo lavoro. Mi occupo di una signora malata terminale di cancro (ma imparare a fare la maglia, no?) Per fortuna con questa tizia mi trovo benissimo, e' battagliera, di estrema sinistra, appassionata di attualita', politica, del mondo in generale, stiamo bene insieme. Appena possiamo, ci troviamo a fare due chiacchiere. Ottimo.
Poi inizio a fare le riunione con l'associazione. La prima volta ho pensato fossero parecchio sbarellati, ma non ci ho visto nulla di male. Alcuni mi sembravano un po' mielosi, altri piu' raziocinanti, ma ho sospeso il giudizio.
Settimana scorsa ho fatto due giorni di training. Argomenti a tratti pratici, a tratti no. Sono rimasta allibita. Non ce n'era uno che non facesse una cronaca puntuale e dettagliata di ogni pensiero o sentimento. "Sono un po' stanco dopo una giornata di lavoro, noto in me un certa resistenza." "Sono felice di essere qui con voi, siete come un bagno caldo." "L'importante e' il legame con il nostro prossimo. Trovo che il silenzio sia il modo migliore per entrare in contatto con qualcuno." "L'amore e' la base di tutto." E tutti ad abbracciarsi. Ci si abbraccia la mattina per salutarsi, ci si abbraccia prima di tornare a casa. Ma non un abbraccio e via. No, si rimane allacciati per dei minuti interi.
Ora, e' vero che io sono un'anziana stronza, con la lingua al cianuro, l'anima di pece e una spocchiosa tendenza a trattare il prossimo con freddo cinismo. Ma dio bonino, se non trovo gente razionale e con i piedi a terra manco nell'Associazione Umanistica, dove li vado a cercare? Possibile che sia solo io ad aver bisogno di fatti concreti, azioni ragionate, rapporti tra adulti e non di sdolcinati messaggi d'ammmmore?
Aiuto!

giovedì 31 dicembre 2015

Sono le cinque della mattina. E' dall'una e mezza che Alice va avanti e indietro per casa come se si stesse avvicinando l'Apocalisse. L'ho portata fuori, sono venuta a dormire con lei sul divano, ma non c'è stato verso di calmarla. A differenza degli anni passati, ancora non si sentono dei gran botti. Chissà quali antenne le fanno comunque capire che è arrivato Capodanno. Per lo meno, immagino sia quello che la spaventa, che altro potrebbe essere.
Detesto i festeggiamenti finti per la fine dell'anno, l'idea di dover essere per forza allegri ad una determinata ora mi comunica una tristezza infinita. Da anni me ne vado beatamente a letto alle dieci, come tutte le sere, di norma portandomi dietro il cane. Quest'anno invece siamo ospiti dai cognati; casa nuova, primo Capodanno senza nonno, dài stiamo insieme. Non è una cattiva idea, ma se voglio sopravvivere devo farmi un bel pisolino prima di partire.
Non ho più raccontato com'è andata la morte del nonno. Ci arriverò, devo prima sbrogliare un grumo di immagini, sensazioni, pensieri che ancora non hanno trovato le parole giuste.
Comunque sia, se l'anno nuovo assomiglia a quello appena passato possiamo solo considerarci veramente molto fortunati.

giovedì 12 novembre 2015

Un respiro alla volta.
E' vero che questi pochi mesi sono passati in leggerezza. Tante visite al paesino magico dei nonni, con la suocera carcerata che passava il tempo sfornando delizie e il suocero che guardava le partite di pallone con Ed. L'atmosfera è sempre rimasta accogliente, le visite allegre. Anche con un nonno che peggiorava, l'idea di un addio definitivo non è mai stata reale. Sì, tutti ragionevoli e giudiziosi, si sapeva che alla fine nonno avrebbe scelto di andarsene, ci sembrava la cosa più logica e civile. Perché soffrire anche un minuto di più del dovuto se si può evitare.
Oggi Ed rientra a casa e dice semplicemente: "Mercoledì." Con un colpo solo mi esce tutta l'aria dai polmoni.  Ora è vero, è qui, muore. Martedì c'è, mercoledì non c'è più.
Non mi ero aspettata una tale randellata nei denti. Aspetti solo di conoscere la data, gli auguri di non dover restare a patire un giorno più del necesssario e quando la data arriva ti investe un treno.
Sono rintronata, triste, indolenzita. Per un attimo funziono in modalità 'tutto da sistemare', cancello riunioni, mando mail, cambio turni. Poi, seduta fuori sopra una panchina in questo novembre inverosimilmente caldo, piango tutte le mie lacrime. Mi vengono fuori a fiotti, come si fa da bambini. Sono calde, ruzzolano giù senza la minima possibiltà di arginarle.
E mi rendo conto che non ho la minima idea di come sopravvivere a questa settimana, soprattutto come fare in modo che Ed, le ragazze e mia suocera la passino nel miglior modo possibile.
Non lo so. L'affronterò nell'unico modo che conosco, un respiro alla volta.

giovedì 3 settembre 2015

Quanto mi era mancato.
Prima le vacanze, piene di chiacchiere, posti da visitare, amici e parenti da rivedere. Un frullìo di colori sapori allegria sole e colli. Poi il rientro, la ripresa della scuola, il lavoro con il piede sulla tavoletta del gas. Nel frattempo la malattia del nonno, i relativi viaggi dai suoceri, le assenze di Ed da compensare. Insomma, sono settimane che non sto ferma. Il che non mi pesa, quello che veramente mi pensa in realtà è che non c'è mai silenzio. Al lavoro ovviamente manco a pensarci. A casa o c'è qualcuno che chiacchiera e/o fa domande a raffica o c'è la musica accesa o la televisione a palla o qualche elettrodomestico in sovralavoro. Tutto nella norma quando si ha una famiglia, ma ora che per la prima volta da mesi sono a casa da sola mi rendo conto di quanto fisicamente mi sia mancato il silenzio. Sono qui e tutto tace. Una goduria indescrivibile. Mi sento il silenzio sull'anima come un balsamo. Sssshhhhh.

sabato 8 agosto 2015

Qui non è mai la morte di nessuno. Neanche quando è la morte di qualcuno.
Una decina di giorni fa, mentre ci stavamo godendo una bella vacanza sui colli marchigiani, ci arriva la notizia che mio suocero è malato terminale di cancro. Per anni l'abbiamo preso in giro perché andava dal medico a ogni piè sospinto. Ridacchiando gli dicevamo "Sei l'uomo più monitorato della terra, ci seppellirai tutti." Peccato che durante i mille controlli per tumori alla pelle, cuore malandato, diabete e quant'altro sia sfuggito il piccolo particolare che aveva un cancro all'esofago, andato in metastasi al fegato.
Ed riceve la notizia direttamente da suo padre, che gli parla con la flemma di un postino che ti chiede la firma per una raccomandata. Dopo un po' a sua volta la riferisce a me con la stessa compostezza. "Non c'è più niente da fare." Stesso tono con cui potrebbe dire "Cara, ho pagato tutte le bollette." Ok, ormai vivo da tanti anni in un Paese sobrio, faccio parte di questa famiglia misurata, ho un marito equilibrato, funziona così.
Da quando siamo tornati siamo andati spesso dai nonni. Abbiamo parlato tanto, fatto passeggiate, mangiato e riso insieme. Devo dire in tutta sincerità che li ammiro. Ammiro la sobrietà olandese in generale e la compostezza di questa famiglia in particolare. E' un gran dolore. E' una fregatura immensa. E' un fulmine a ciel sereno. Ma non è un dramma. Certo, si piange. Certo, siamo tristi. Ma non siamo solo tristi. Si va a mangiare dai nonni e si chiacchiera, come si è sempre fatto, fra bollettini medici e barzellette. Si va a passeggiare con i cani per boschi e si ha la libertà di esprimere qualunque pensiero, triste o allegro che sia. Ad entrare in casa non si respira un'aria angosciante, anche se non si evita di guardare in faccia la realtà. 
A dirla tutta sono contenta che le ragazze vivano qui per la prima volta il dolore di perdere qualcuno di molto caro. Perché assorbono anche l'idea che per quanto penoso, morire è inevitabile. Per quanto triste l'idea, prima o poi con la morte devi fare i conti e non è detto che lo si debba fare solo piangendo fiumi di lacrime e strappandosi i capelli. Ci si può anche avvicinare alla fine con grazia, senza negare il dolore ma senza fermare la vita. Perché qui in fondo è ancora radicata una convinzione antica che la morte faccia parte della vita stessa. In passato era un concetto naturale anche da noi, ma ormai abbiamo rimosso la morte dalle nostre esistenze fino a farla diventare un tabù. Invece per come la stiamo vivendo ora è inevitabilmente un argomento spinoso, non se ne chiacchiera certo a cena con gli amici come se fosse l'ultimo film di grido, ma non si evita neppure di affrontare l'argomento. I miei suoceri stanno mettendo in pratica con grande eleganza il detto "Il dolore è inevitabile, la sofferenza una scelta."

domenica 12 aprile 2015

Il dottore mi ha prescritto la corsa per combattere la bronchite. "Devi essere la 'bulla' dei tuoi polmoni." Dottore, ma è sicuro? Ma un bel trapianto, no?
Decido di ingaggiare un personal trainer. Già la parola mi fa venire i conati, ma visto che ho bisogno di qualcuno che fisicamente mi venga a prendere a casa e mi trascini nel bosco ad allenarmi, altre soluzioni non mi sono venute in mente. Cerco su Google, trovo un bel sito, sembra gente seria.
Prendo appuntamento con tale Patrick. Mi ritrovo davanti il tizio del Miglio Verde. Un cristone gigantesco, nero come la pece, una fascio di muscoli che parla. Sorprendentemente, parla con voce molto delicata e ha modi gentili. Deve essere abituato a donne sovrappeso di mezza età che razionalmente sanno di dover fare del movimento ma che urlano con ogni cellula che no, la corsa proprio no. Motiva, blandisce, spiega, incoraggia, si bilancia su una sottilissima corda tra il benevolo e il severo. Più che un personal trainer, un fine psicologo. Ribatto ad ogni sua parola ma non si scoraggia. Ha la pazienza di un santo. Io smoccolo, polemizzo, recalcitro ma intanto corro. Corro e non muoio. Corro e non penso solo a quando potrò ripiombare sul divano. Corro e succede un mezzo miracolo.
Per errore mi scappa una mezza endorfina e per un attimo. giusto un nanosecondo, prendo il ritmo e mi dimentico di cosa sto facendo. Corro e basta. Non penso, non mi godo il bosco, non calibro il respiro, il cervello non mi frulla per nulla. Non funziona proprio. Non so di preciso dove sia, ma non con me.
Sarà questo il bello della corsa di cui tanto parlano gli appassionati? Ma alla fine succederà più di un nanosecondo di fila? Perché diciamocelo, non esiste attività più insensata di quella di mettere un piede avanti all'altro senza scopo alcuno. Non vai da nessuna parte, non hai mete, non hai niente di interessante da andare a scoprire. Ti muovi e basta. Non ha senso. Che almeno porti all'illuminazione.

giovedì 2 aprile 2015

Ora la sparo grossa. Però ci sto pensando da diversi mesi, da prima di natale per essere precisi, quindi sono pronta a spararla.
Da qualche parte su internet mi sono imbattuta nel racconto di una signora che aveva adottato un cane senior e a questo proposito ha detto: "She shifted something deep in my heart and out of that came compassion." Il che mi ha dato la conferma di non essere del tutto matta a pensare che se ora faccio il lavoro che faccio in parte lo devo ad Alice.
La tendenza a fare da 'Madre Teresa' è di famiglia, il marito mi sfotte da anni per questo. Però ho sempre condotto una vita 'normale' dove aiutare gli altri si traduceva in dare una mano ogni tanto ad amici più o meno stretti ove richiesto, ma non era proprio il centro della mia esistenza. Per di più sono di natura piuttosto schifiltosa; ci vuole davvero poco perché qualcosa mi faccia senso, specialmente lo sporco. Datemi una superficie appiccitaticcia e mi va in palla il cervello. Calcolando che mi facevano schifo anche le pappine che preparavo per le figlie, la mia soglia-conato è piuttosto bassa. Poi è arrivato questo cane che all'inizio non volevamo neanche portare a casa da quant'era brutto, ma che ha oleato qualche meccanismo misterioso e che ora mi appare bellissimo. Non nel senso che ci ho fatto l'abitudine, ma nel senso che lo vedo bello.
Con i miei ragazzi è uguale. Oggettivamente sono storti, un po' puzzolenti, perdono umori da ogni orifizio, mi sbavano addosso, quando li vedi mangiare ti passa l'appetito a vita, non hanno tutti i pezzi al posto giusto. Eppure li vedo belli. Non per vocazione, per spirito di servizio o per nobiltà d'animo. Sono semplicemente molto belli. E questa compassione nel senso di Mit-gefühl, "Io sento quello che tu senti, ti vedo per tutto il bello che sei", me l'ha regalata Alice.

lunedì 19 gennaio 2015

(a proposito di vite 'sistemate', mi è venuta una voglia devastante di iscrivermi all'università. Filosofia?)

domenica 18 gennaio 2015

E' arrivato il momento, posso far festa! Resto a lavorare con i miei ragazzi, mi è arrivata la conferma di aver passato l'ultimo esame - quindi anche il diploma ormai è una certezza. Tutto quello per cui ho lavorato come una matta da che ho messo piede in Olanda si è realizzato. Non succede spesso, ma per il momento posso dire di non desiderare nulla, la mia vita com'è ora è tutto quello che mi serve.
[Stacco. Bosco soleggiato. A spasso con Ed e Alice.]
Ed: "Ho la sensazione che la nostra vita si stia appiattando nella routine. E' quasi ora di una nuova avventura."
Oddio, sole, mi sono 'sistemata' da meno di un mese. Dammi almeno il tempo di annoiarmi prima di inventarci qualche altra cazzata...

sabato 10 gennaio 2015

Ragazzi, e se vi rassegnaste? Il mio essere atea non è 'una fase' - lo sono da più di trent'anni. Il mio essere atea non significa che brancolo nel buio e che non conosco la bellezza, l'amore e la 'magia della vita'. L'essere un'affiliata involontaria della chiesa cattolica mi ha dato così fastidio che ormai sono sbattezzata - e di conseguenza scomunicata - da anni. Visto quel che succede nel mondo, ormai non sono solo atea ma inizia pure a venirmi una certa orticaria nel confronto delle fedi monoteistiche in generale. Quindi, per cortesia, rassegnatevi. Non c'è speranza di convertirmi. Peggio ancora, i vostri tentativi mi offendono profondamente. Devo dire che nessuna delle mie amiche musulmane ha mai cercato di convertirmi all'Islam, mentre di amiche cattoliche che mi hanno guardato con benevola indulgenza perché non conoscevo la Vera Fede ne ho avute parecchie. Detto fra noi, la cosa inizia ad urtarmi parecchio.

mercoledì 7 gennaio 2015

"Non c'è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la da già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli."
(Stéphane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo)

sabato 20 dicembre 2014

Mi gira per la testa un tale casino di pensieri, emozioni, dire fare baciare lettera testamento che non ci capisco più niente. Mi stanno andando in corto circuito anima e cervello.
Eravamo fermi al fatto che non avevo più un lavoro. O meglio, che non avevo più il lavoro che volevo. Colloquio dal capo, lettera di licenziamento, ci spiace tanto non è che non sei brava è questa dannata riorganizzazione, ciao. E fin qui ci arrivo perché l'ho sempre saputo. Ho iniziato a lavorare con i ragazzi nel novembre del 2012 e a dicembre già mi avevano detto che non potevano tenermi. Un po' tirata dentro da colleghe che facevano finta di non aver capito bene, un po' catapultata in situazioni disastrate dove un paio di mani extra non potevano che essere utili, sono andata avanti come se nulla fosse da un mese all'altro. Poi è arrivata la possibilità di andare a scuola ('ma finito il percorso scolastico non ti possiamo assumere, che sia chiaro') e ho spiccato un salto mortale con triplo avvitamento carpiato. Per un attimo era parso che alla fine sarei riuscita ad atterrare senza frantumarmi le caviglie. A settembre, tre giorni dopo aver preso il diploma, ho fatto un colloquio per passare da 'aiutante' a 'senior' e mi hanno preso. O meglio, semi-preso. Il lavoro di senior era mio - una montagna di letame accumulatasi in anni di negligenza - ma un contratto no. Fai la senior fino alla fine dell'anno, grazie. Mentre spalavo guano e mi divertivo con le colleghe, la mia capa passava da un membro della direzione all'altra per cercare di convincerli a tenermi. Come il mio vasto pubblico ben sa, alla fine non le è riuscito il colpo e dieci giorni fa mi han tirato via il materasso da sotto i piedi un secondo prima dell'atterraggio. L'avevo giusto sfiorato col pollicione.
Bernoccolone sulla testa, stelline che girano, mannaggialamiseria e passiamo oltre. Ripulisco la casella della posta, butto via tutte le carte che non mi servono più, metto a posto i vari progetti in attesa di riuscire a delegare la mia montagnetta di casini a qualcun altro e inizio a guardarmi attorno per un altro lavoro. E poi una bella mattina mi telefona la nuova capa e mi dice che mi assumono a tempo indeterminato. Così.
Il materasso alla fine si è materializzato sotto le mie chiappe come in un fumetto. Ci son seduta sopra e mi guardo attorno senza capire bene cos'è successo.
Meno male che non avevano ancora svuotato il bidone della carta. Ora ripesco tutto e appena smette di girarmi la testa vado avanti.

martedì 9 dicembre 2014

Il mio piano era semplice. Dopo aver ricevuto ieri la conferma ufficiale che dal primo di gennaio non lavoro più con i miei ragazzi, avrei passato settimane filate a piangere, commiserarmi e farmi pare su un futuro da disoccupata, alla mia tenera età. Ieri in effetti il piano era riuscito benissimo. Ho pianto come una fontana e mi sono sentita tradita da un destino baro e crudele, oh me tapina. Questa notte non ho dormito, quindi per oggi avevo programmato una giornata di tv, fazzoletti stropicciati e disperazione.
Ho tenuto botta mezz'ora. Nonostante il silenziatore sentivo il cellulare al piano di sotto trillare in continuazione e richiamarmi alla vita. Dietro alle tende tirate si intravedeva il sole. L'idea di una bella passeggiata fresca al bosco con Alice si faceva sempre più insistente. Insomma, ho retto ben poco. Mi sono fatta una doccia, sono andata a zonzo col cane e sono tornata al lavoro dove, in compagnia di un'altra collega che se ne deve andare, ho riso fino alle lacrime.
Evidentemente la disperazione non fa per me.

sabato 6 dicembre 2014

Mi è capitato di tradurre una lettera. Niente di particolarmente difficile, una semplice lettera dall'olandese all'italiano. Sono stata catapultata in una vita che non seguo più, presa dalla scelta delle parole, dalle sfumature, dalla perenne lotta tra la testa che sa "questa parola significa questo" e un punto indefinito dietro allo sterno che dice "mmmh, ce n'è un'altra che calza meglio, pensa oltre".
Appena aperta la lettera, la mia vita reale è svanita. Niente ragazzi, mail, appuntamenti, turni. C'eravamo solo io, il computer e le parole. Dove in passato avevo mille dizionari sparsi su un tavolo, ora apro tab su uno schermo. Un sito per sinonimi e contrari, uno per le traduzioni dall'inglese all'italiano, un altro per l'olandese-inglese. Mi piacerebbe sapere in base a quale scompenso mentale se leggo un testo in olandese la prima possibile traduzione che mi salta in mente è invariabilmente in inglese e solo dopo averci pensato su mi viene in mente in ìtaliano. Per la scrittura mi manca un ponte semantico tra le due lingue, devo passare dall'autostrada dell'inglese, mentre quando parlo il problema non si pone.
Da una semplice lettera sono nate considerazioni sconnesse su come funziona un cervello, come vola il tempo e quante diavolo di Lucie esistono. Ora faccio quasi fatica a ricordarlo, ma per diversi anni tradurre è stato il mio lavoro. Era il mio mondo e ora non ne è rimasta neanche l'ombra, fatta eccezione per la reazione allergica ai libri mal tradotti. I ragazzi non esistevano e io vivevo in una dimensione diversa. Ora che è iniziato il conto alla rovescia sul lavoro, mi domando se potrei tornare a tradurre o a lavorare in ufficio. Da un punto di vista prettamente pratico direi di sì, se lo sapevo fare prima lo so fare anche adesso. Solo che prima non conoscevo quel mondo parallelo di gente stortignaccola che da un senso alle mie giornate. Se torno dietro ad una scrivania, usciranno dalla mia testa così facilmente? Probabile. Faccio fatica a crederlo, ma per parecchio tempo non ho potuto neanche immaginare di fare altro se non stare in un ufficio; magari funziona così anche nell'altra direzione, anche se un po' ne dubito.
Quello che comunque riaffiora come una costante è il mio amore per le parole. La soddisfazione di condurre battaglie epiche alla ricerca di quel determinato termine che sai essere perfetto, mentre lui ti prende per i fondelli rifiutando di affiorare da un angolino buio del tuo cervello. Il famoso libro che il marito attende con fede da anni non nascerà mai perché mi manca una storia, ma in quanto a voglia di scrivere me lo godrei di sicuro.

sabato 16 agosto 2014

Uno dei miei tanti problemi è il costante conflitto tra il mio primo pensiero e quello che in effetti dico. Esempio: ieri il marito stava combattendo con una di quelle sportine malefiche che puoi tenere in borsa in caso ti capiti di fare una spesa inaspettata. Dopo un po' gliel'ha data su. Ho preso la sportina per piegarla e il primo commento che mi è venuto in mente è stato: "Non ti preoccupare, amore, faccio io. Lavoro con gli handicappati."
Ovviamente è scattato il filtro. Perché anche se lo penso con bonomia sono abbastanza cosciente del fatto che trattare così il prossimo non è bello. Il primo, nitidissimo ricordo di quando ho capito che dovevo tenere a freno la lingua risale alle elementari. Non ricordo bene cosa mi sia venuto fuori di bocca, ma vedo ancora il mio compagno di classe in lacrime, la maestra che lo consola e la sua domanda: "Ma come fai a piangere per qualcosa che ha detto Lucia? E' così dolce."
Altra fregatura. Non solo la natura mi ha dotato di una mente nera come la pece ma l'ha nascosta dietro ad una faccia da angioletto. Avessi un centesimo per tutti i commenti che ho ricevuto sulla dolcezza del mio sorriso a quest'ora avrei la Porsche sotto casa.
E così vivo in un costante conflitto fra quello che veramente vorrei dire e quello che in effetti formulo. Immagino di non essere la sola con questo problema, ci sarà altra gente abbastanza spocchiosa da vaneggiarsi più intelligente del prossimo. Però vorrei che non fosse così. Sono dolorosamente conscia del fatto che ho ben poco da esser superba; vedo fin troppo bene i miei limiti e purtroppo superano di gran lunga le virtù. Mi piacerebbe solo che l'umiltà necessaria mi venisse naturale e non fosse una perenne battaglia tra un ego a mongolfiera e un cervello che lo deve ridimensionare ad ogni piè sospinto.